Valle d’Aosta

Questo articolo è per tenere traccia del mio viaggio in Valle D’Aosta, sperando possa fungere da spunto per chi deciderà di dedicare un po’ di tempo a questa regione meravigliosa. Solo uno spunto, poiché fare veri programmi quando si parla di montagna è difficile, dato che tutto è dettato dai capricci del tempo. Quindi, anche il mio programma ha subito cambiamenti ed improvvisazioni rispetto alla bozza iniziale, in base alla fattibilità delle cose.
L’idea di un viaggio in Valle D’Aosta è nata dopo che in tv, ormai quasi 2 anni fa, passò un servizio su di un paesino senza auto, lontano dal trambusto, raggiungibile soltanto a piedi o in funivia, Chamois. La cosa mi sembrò straordinaria! Chamois, un piccolo borgo della Valtournenche,  è stato quindi il pretesto, ma la Valle d’Aosta è stata molto, molto più di questo. Veniamo al pretesto numero due: un viaggio come questo era l’ideale per testare la nuova tenda, stavolta un prodotto serio, seguente alla triste disfatta della tenda di Decathlon distrutta durante il weekend in Alto-Adige. Siamo quindi partiti senza conoscere bene la forma che avrebbe preso il nostro itinerario, fissando soltanto le prime 2 notti all’HOBO camping, sul Monte Bianco, e la durata complessiva.

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Siamo rimasti un totale di 9 giorni, inclusi i due di viaggio da/per Livorno (6h). Come al solito, neanche lontanamente sufficienti per vedere tutto ciò che valga la pena. Eppure è una regione piccolissima! La Valle D’Aosta si divide in vallate, più di venti, quindi è impossibile pensare visitarle tutte in un unico viaggio, per di più che il modo migliore per esplorarle è a piedi. Quindi abbiamo selezionato solo alcune di queste: la Val veny e la Val Ferret sul Monte Bianco, la Valle di Cogne e la Valtournenche sotto il massiccio del Cervino. Riguardo ai pasti, per abbattere i costi, ci siamo arrangiati con un fornellino da campeggio a colazione e cena e panini fai da te e soste nei rifugi per il pranzo.

Val Veny, ai piedi del Bianco

Giorno 1
Il primo pomeriggio, dopo aver piantato la tenda in una delle posizioni più scenografiche del campeggio, non abbiamo perso tempo ed abbiamo iniziato subito con un trekking tanto facile quanto bello. Avevo talmente tanto bisogno di natura e di staccare dalla quotidianità che muovere i primi passi nell’aria frizzante del bosco, avvolti dal rumore del fiume che scorreva abbondante, è stato il nirvana per me. Il percorso: partendo direttamente dal nostro campeggio, nel comune di Courmayeur, abbiamo percorso in 3h un anello. Il sentiero coincide inizialmente con un’area attrezzata per il fitness (che detta così non rende la bellezza; niente a che vedere con quella sul polveroso lungomare di Livorno, immersa nel rumore del  traffico!) che porta fino ad un ponticello che attraversa la Dora, conducendo ad una boscaglia. Il percorso si snoda poi nel bellissimo bosco del Peuterey e prati fioriti fino a raggiungere l’ultima località del percorso dove c’è un altro campeggio, La Palud. Qui ogni anno si tiene Celtica, un festival di importanza internazionale dedicato alla cultura celtica.

Giorno 2
Il giorno seguente, dopo esserci consultati con il personale del campeggio che ci ha illustrato le infinite possibilità di escursioni in zona, abbiamo optato per il percorso trekking verso i laghi Combal e Miage, con proseguimento fino al Rifugio Elisabetta. Per chi non è neanche lontanamente allenato come noi, l’unica “difficoltà” sta nella lunghezza. Compresa la pausa pranzo al rifugio e le innumerevoli soste per fare fotografie, abbiamo impiegato circa 6/7 ore per percorrere un totale di 12 km sovrapponendosi in parte al Tour del Monte Bianco, un trekking di diversi giorni intorno all’intero masssiccio. Il lago del Miage lo abbiamo lasciato come ultima tappa, un deviazione di circa 20 minuti sulla via del ritorno. Questo lago alpino è uno dei tanti, ormai troppi, esempi della concretezza del cambiamento climatico, poiché esso diventa ogni anno più piccolo. Osservandolo dall’alto si percepisce la passata grandezza; oramai ristagna in una grigia conca, destinato quindi a scomparire. Con le sue acque turchesi risulta particolarmente suggestivo, soprattutto sotto il cielo nero che minacciava temporale e il rumore delle continue frane che interessano i versanti che scendono verso il lago. Il sentiero per arrivare al rifugio si snoda in un paesaggio surreale. Il primo spettacolo che ci si è aperto davanti è stata una vallata percorsa da un fiume, ancora congelato ai suoi argini e che emozione vedere il ghiaccio! Più avanti si attraversa per un lungo tratto una palude di acque quasi cristalline nelle quali crescono bassi alberi ritorti, rendendo il paesaggio quasi tenebroso ed inquietante. Conclusasi la vallata, si arriva alla strada che porta su al rifugio, che nel nostro caso non è stato semplicissimo poiché la strada ancora non era stata aperta: erano ancora presenti le gru che scavavano la via nella neve. Per questo è stato necessario arrampicarsi per alcuni brevi tratti e superare delle lingue di neve. Per me è stata dura dato che non salivo neppure un gradino da sei mesi, ma arrivando in cima ci si sente davvero felici di far parte di un mondo tanto meraviglioso ed è lì che la montagna fa sentire accolti. Ovviamente raccomando una pausa al rifugio Elisabetta; il personale è davvero cordiale e il cibo buonissimo. Noi ci siamo gratificati con la tipica polenta concia valdostana con salsiccia e dei tagliolini alla salsiccia. La discesa è stata decisamente meno impegnativa, anche se gli ultimi venti minuti li abbiamo trascorsi in mezzo al temporale.

Partiti alle 10:30 del mattino, alle 17 eravamo di nuovo in campeggio. Ci siamo fatti una tisana per riprenderci dalla fatica e dalle emozioni regalateci dal paesaggio e poi messo su un piatto di pasta nella nostra cucina fai da te. La sera, d’obbligo, una birretta al bar del campeggio per fare il punto della situazione e pianificare la giornata seguente.

Val Ferret, la bella valle incorniciata dalle aguzze vette

Giorno 3
Non avremmo mai immaginato quanto potesse essere provante avventurarsi in un trekking lungo dopo mesi di inattività. Così ci siamo svegliati doloranti e ancora stanchi, certo con qualche postumo della prima notte passata insonne perché il passaggio dal nostro letto alla tenda non è stato indolore. Comunque non potevamo già fermarci e abbiamo voluto visitare almeno in piccola parte l’altro lato della valle, la Val Ferret. Lungo la strada ci si rende subito conto quanto sia più elegante la Val Ferret, con il suo campo da golf e le piste da sci di fondo (alla fine siamo pur sempre nel comune di Courmayeur), finché dopo tutto questo ordine, il paesaggio si fa più selvaggio e le tipiche lame di roccia valdostane iniziano ad innalzarsi poco distanti dalla strada. Sognavamo grandi cose, ma quando abbiamo raggiunto l’inizio del sentiero era già mezzogiorno. Qui mi sento di inserire qualche informazione utile su questa zona, dato che molti dei principali itinerari della Val Ferret partono da dove abbiamo iniziato il nostro trekking, in località Arp Nouva. Da qui infatti si raggiungono bene alcune delle principali attrazioni della valle, come il Col du Grand Ferret, il rifugio Bonatti e il rifugio Bertoni. È proprio la fase parcheggio che qui non è il massimo! Per poter parcheggiare nella zona migliore bisogna essere clienti del ristorante Chalet Val Ferret. Esiste anche un piccolo parcheggio poco più avanti, ma in realtà è abusivo, il che rende soggetti a multe. Ultima alternativa è un parcheggio pubblico a circa 2-3 km dai sentieri, servito da una navetta che fa la spola non molto frequentemente, ogni 45 minuti. Dovendo scegliere il modo migliore per prenderlo inevitabilmente in tasca, naturalmente Carlo ha voluto pranzare al ristorante e guadagnarsi il diritto a lasciare lì la macchina. Spesa non contenuta, €50 per 3 taglieri, tuttavia stracolmi di affettati, formaggi, confettura e pane locali veramente squisiti. Dopo pranzo, su consiglio del personale del ristorante, siamo saliti verso il rifugio Elena tramite la strada sterrata anziché il sentiero perché in alcuni punti c’era ancora neve e ghiaccio. Ad ogni modo, quando possibile, si può imboccare il sentiero tutto in salita che porta in 45 minuti al rifugio. Noi abbiamo impiegato un’ora e un quarto perché io ho la resistenza di un bradipo. Arrivati in cima purtroppo il rifugio era ancora chiuso e le altre interessanti destinazioni distavano non meno di 3 ore andata e ritorno ed essendo già pomeriggio abbiamo deciso di tornare sui nostri passi e dopo esserci goduti ampiamente il bellissimo panorama sui ghiacciai del Grand Jorasses.

Da La Thuile alla Valle di Cogne

Giorno4
Al momento di lasciare il nostro campeggio la tenda era ufficialmente zuppa d’acqua, dopo tre giorni e tre notti di pioggia. Prima di lasciare la zona del Monte Bianco, abbiamo fatto una tappa anche nella valle subito successiva, la Valle di la Thuile, per andare ad ammirare uno dei laghi più belli della zona, il lago d’Arpy. La camminata dura un’ora circa e si può lasciare la macchina di fronte a l’Albergo La Genzianella. È stato il primo vero sentiero nel bosco di questo viaggio e avevo dimenticato la bellezza dei suoni e degli odori della foresta, una foresta che dona continue finestre sulla valle. Il sentiero si conclude abbastanza presto nei pressi di un ponticello che attraversa il torrente che prende vita dal lago. Il lago è come una piccola perla in mezzo a prati a loro volta incorniciati ad anfiteatro dalle montagne. Purtroppo, per la facilità di accesso è molto affollato, ma credo valga comunque la pena andare. È stato solo l’inizio di una giornata piena e bellissima.
Dopo abbiamo fatto rotta verso Cogne entrando ufficialmente nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico d’Europa. A Cogne avevamo prenotato una stanza per riprenderci dall’artrite che ci ha colpiti a causa delle tre notti sotto la pioggia. Ancora non mi spiego come la tenda si sia bagnata così, essendo lo stesso prodotto che gli alpinisti si portano sul K2!
Quindi, lasciato tutto nella nostra camera all’Hostellerie Affittacamere, per prima cosa abbiamo visitato il Giardino Botanico Alpino Paradisia (ingresso 3€, tempo di visita da 15 minuti a 1,5h), chiamato così non perché si trovi nel Parco del Gran Paradiso, ma per il fiore che ne è simbolo, il giglio bianco paradisea. Per me ovviamente è stata un’esperienza difficile da affrontare visto il mio terrore per gli insetti, ma per fortuna lassù qualcuno stava per mandare il diluvio quindi la situazione era relativamente sotto controllo. Ultima tappa della giornata sono state le cascate di Lillaz una vera rivelazione. Bisogna recarsi appunto al piccolo paese di Lillaz a soli 3 chilometri da Cogne e seguire il sentiero per 10 minuti. Sul principio del sentiero è anche allestito un parco geologico dove sono esposte grosse pietre che raccontano la storia geologica della zona. Una volta arrivati al primo belvedere della cascata consiglio di salire lungo la ripida salita, attrezzata a tratti con delle scale d’acciaio inserite nelle rocce, per poter andare ad ammirare le cascate dall’alto. Noi siamo stati anche tanto fortunati da poter vedere l’arcobaleno!
Per cena abbiamo seguito il consiglio del nostro albergatore e ci siamo regalati una signora cena alla Brasserie Bon Bec. Abbiamo mangiato la tipica Tartiflette, un intruglio di pancetta, cipolle e formaggio Rochon. A seguire, una Fondue Chinoise, la fonduta nel brodo con carne salata e salse di ogni sorta; ed infine bignè di patate con fonduta di Toma di Gressoney. A suggellare il pasto abbiamo poi ordinato la coppa dell’amicizia, nella quale viene servito il caffè alla valdostana, un cocktail micidiale di grappa, caffè e genepy servito bollente. Conto salatissimo, ma probabilmente la cena più entusiasmante della mia vita, una vera esperienza da non precludersi. Cogne è stata un rivelazione: bella, ordinata, piena di cose da fare, un paesaggio da urlo, impreziosita da uno dei più grandi prati naturali esistenti nei pressi di un centro abitato, il Prato di Sant’Orso.

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