Il mio primo campeggio

Lo ammetto. Non sono un amante dei viaggi, o perlomeno, non posseggo tutta questa smania di prendere, organizzare e partire. Da buon pigro quale sono; oltretutto quando si tratta di viaggiare sento il bisogno di comodità che ritengo imprescindibili, proprio perché sono pigro, e, come tutti i pigri, ho i miei rituali e le mie abitudini. Sacre. Quando sono “costretto” a viaggiare, dunque, tutto deve avvenire nella maniera meno traumatica possibile, perché in qualche modo devo ingannare il mio cervello e dargli qualche appiglio per non stravolgerlo completamente. L’unica maniera che ho di placare l’ansia da sradicamento dalla mia routine è la scelta oculata, oculatissima, del posto dove andrò a soggiornare. In poche parole, sono un signorino e amo le comodità. Ecco perché in trentaquattro anni non ero mai andato in campeggio, e dormire dentro una tenda era l’ultimissimo dei miei pensieri. Chi mi conosce, anche da poco, potrebbe confermare pienamente le mie parole e quando la mia Dolce metà mi propose l’idea di andare in campeggio in Trentino a settembre, inizialmente, pensai che stesse scherzando. Non poteva avermi fatto seriamente una proposta del genere. Invece era seria, serissima, quel tipo di serietà che, quando leggi negli occhi della tua compagna, è meglio non contrastare. Ingoiato l’amaro boccone, ho iniziato a prepararmi psicologicamente a questa nuova avventura; alla fine si sarebbe trattato solamente di due notti a fine estate, probabilmente non me ne sarei manco accorto. Il resto della vacanza comunque avrebbe previsto stanze e appartamenti decisamente più nelle mie corde. Questi erano i mantra che nel frattempo mi ripetevo per iniziare a fare opera di persuasione al mio cervello. Fortunatamente ho avuto a disposizione un bel po di tempo per far sì che i suddetti mantra facessero effetto, tempo nel quale ogni persona che incontravo, e a cui dicevo che avrei fatto campeggio, mi rispondeva semplicemente con una risata. Non erano di aiuto.

Arrivato il fatidico momento della partenza ero ormai rassegnato, e quasi quasi incuriosito, per ciò che mi attendeva. Giunti dopo circa sei ore di macchina proprio al campeggio dove avremmo passato le successive due notti (Camping Olympia), il primo impatto è stato molto positivo; il complesso era ben tenuto, ordinato e pulito. Forse l’esperienza del campeggio non sarebbe stata così traumatica come temevo. Sbagliavo. Giunti di fronte alla piazzola a noi assegnata, nel momento di montare la tenda, mi accorgo che il prato era tutto bagnato e dunque il terreno molto fangoso. Proprio perché sono fortunato, pioveva già da un paio di giorni e le previsioni non erano certamente a mio favore.

Nonostante questi piccoli inconvenienti, però, la prima notte è trascorsa senza problemi e nel frattempo io mio ero quasi quasi calato nei panni del campeggiatore. Probabilmente qualcuno o qualcosa deve avermi voluto punire per aver pensato una cosa del genere perché il secondo giorno, all’improvviso, sembrava di essersi svegliati in una giornata di pieno inverno, in Trentino; freddissima e molto piovosa. Preso atto delle condizioni meteo infauste, decidemmo che non era il caso di procedere con la scarpinata prevista verso le Tre Cime e decidemmo in corsa di cambiare i nostri piani, lasciando la nostra povera tenda esposta alle intemperie con la speranza di poterla ritrovare intatta al nostro rientro la sera, anche se, dato il nubifragio costante durato tutto il giorno, sotto sotto, pensavamo che alla fine avremmo dovuto dormire in macchina. Rientrati a sera ci accorgemmo con nostro stupore che in realtà la poverina aveva retto e lo aveva fatto egregiamente e, rassegnati all’inverno, arrivato con mesi di anticipo, ci avviammo a passare la notte; sempre freddissima e molto piovosa. Dopo essere comunque sopravvissuto alla nottata, il giorno successivo, come prima cosa uscendo dalla tenda, affondo un piede nell’erba che nel frattempo era diventato fango gelato. Il campeggio però era finito e con grande stupore, non solo ero sopravvissuto, anzi, mi ero pure divertito. Per questa avventura mi sento di dover ringraziare, davvero di cuore, quella che si è rivelata una compagna incredibile che ha reso meno traumatica possibile questa esperienza: la tenda Quechua 2 seconds.

p.s: 2 seconds sono stati anche quelli che la mia Dolce metà ha impiegato per distruggere la tenda in fase di partenza. Un minuto di silenzio. R.I.P.

Carlo P.

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